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   LETTERA A UN CAMPIONE


Te lo ricordi, Fausto? te lo ricordi di quante se n’è combinate noi due assieme e di come eravamo amici nella vita e non c’importava niente di quel che diceva la gente, che noi due eravamo rivali: l’eran solo montature per far scrivere qualcosa  a‘ giornalisti del momento e far  notizia. E  li compravamo anche noi quei giornali e ci sedevamo al bar e li leggevamo insieme, ma te lo ricordi, o Fausto, quante cose imprecise ci si trovava allora e figurati se uno di oggi, del 2000 intendo, li dovesse rileggere senza saper nulla di noi, di quello che abbiamo vissuto, di quello che abbiamo passato e dei sacrifici e della fatica che ci faceva sudare in mezzo al freddo e alla neve, che cosa ci capirebbe ora, ma te lo immagini, Fausto, eh?

E quella volta che t’ho messo la faccia nella neve e t’ho chiamato “ acquaiolo “e  ma l’era per datti ‘na svegliata, ché mi faceva rabbia di vederti rinunciare a una gara, a quella gara, proprio te che mi parevi già con un futuro da campione. Era il Giro d’Italia, quello del ‘40, quello che hai vinto tu.

E quante volte ci siamo aspettati quando eravamo in squadra insieme e adesso a pensarci sembra niente, il ricordo dura un secondo, ma allora, che il tempo era importante perché tutti ti passavano avanti e si fremeva, l’attesa sembrava eterna.

E  l’episodio della borraccia? E dai che abbiamo preso in giro tutti e tu che raccontavi che eri stato tu a passarmela e io che dicevo che no,   la un era vero, che ero stato io e a forza  di dire “no io”, “no io” lo sai che, dovessi raccontallo ora, e non so più chi l’ha passata?

E sì, ne hanno dette di tutti i colori, che non ci sopportavamo più e per questo sei andato alla Legnano. C’è del vero e c’è dell’esagerazione.  Ci siamo sfidati, io e te,  ma mi sei mancato, tu e la tua faccia da professionista serio, e anch’io ti sono mancato, lo so, per anni, perciò ti ho richiamato nella mia squadra,  perché mi piaceva correre con te e confrontarmi, e impedirti di superarmi sulle salite e  non  vedere la tua schiena e le tue gambe  che pedalavano davanti a me.

O come ci son rimasto quando l’ho saputo, che tu non ce l’avevi fatta a vincere la malaria che è stata più dura di un giro d’ Italia e che l’hai presa nell’Alto Volta, alla gara dove io non son voluto venire, e che t’han curato male e è stata lei a vincere te.  Mi è sembrato di perdere un pezzo di me, e  un son stato più lo stesso, te l’assicuro e mi pareva strano di non leggere più i nostri nomi affiancati.

Sono invecchiato senza di te nella mia Firenze, Fausto. Ma aspettami, ancora una volta, come una volta, ché arrivo anch’io. Aspettami.

Gino

Firenze, 5 maggio 2000

 




LA RISPOSTA
 
 

Paradiso, 5 maggio 2000

   Leggo la tua lettera mentre la pensi, qui, in questo angolo bianco e azzurro come i colori della Bianchi. Non ti fa sorridere la cosa? Oh, sì. Perché se tu ne avessi la forza, scommetto che  adesso scoppieresti nella  tua bella risata  ironica e mi diresti “ma te tu  ‘un li vedi e i campi e i prati e tutto quel verde che c’hai all’intorno e che l’è il colore  della Legnano?”E mi ricordo, sì. Ricordo tutto di te e di me e di quando pedalavamo su per le salite e  la rabbia che mi prendeva le volte che vedevo la tua bicicletta davanti a me. Allora ti voltavi e m’incitavi con la voce e con i gesti. Sono stato un grande perché tu mi hai provocato e mi hai insegnato a sfidare me stesso. Quel nome,” acquaiolo” mi ha perseguitato per anni,come un insulto,mi spronava a continuare quando mi sembrava di non reggere alla fatica.
Dovevamo incontrarci,noi due,e conoscerci e sfidarci e essere amici e rivali. Anche se le nostre vite  sono state così diverse, tu, fedele sino alla morte alla tua Adriana, con la tua vita serena in famiglia, io che da quando ho conosciuto Giulia,non ho avuto più pace, dovevamo incontrarci e capirci, con la stessa passione per la bicicletta che ci faceva continuare a pedalare con le gambe irrigidite dai crampi, con il sudore che si asciugava sul corpo. Tutto per quel momento finale. La gioia di ritrovarsi soli al traguardo e voltarsi indietro e capire che gli altri sono ancora distanti e ormai non ce la fanno più a superarti,sei solo al traguardo e la vittoria è tua. Ci siamo capiti e abbiamo vissuto lo stesso dolore anche se a distanza d’anni,quando sono morti mio fratello e il tuo, Giulio e Serse, tutti e due sulla bici, tutti e due in gara.
E tu, Ginettaccio, che pensi a me e ti viene in mente  la borraccia, tu, te  lo sei dimenticato  quel mondiale del ’48, a Valkenburg? Facevamo parte della stessa squadra ma non se ne parlava neanche di collaborare. La sentivamo come una sfida privata.  L’uno contro l’altro armati, avevamo occhi solo per controllarci. C’era tutta l’Italia del dopoguerra che litigava su chi era più bravo e chi diceva:” è l’uomo di ferro”, che eri tu e chi diceva:”ma no, è l’airone “, che ero io. Dovevamo finalmente dimostrare chi era il vero campione.
Ma abbiamo anche fatto squadra e ci siamo aspettati. Hai ragione. E  quest’ultima  attesa, così lunga, è toccata a me.. Stai arrivando, Ginettaccio. Ce ne  hai messo di tempo, questa volta.

 
 

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