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                                                          L’ UOMO SENZA QUALITA’

 

Si guardò intorno. La strada proseguiva dritta davanti a lui. Non era passato molto tempo da quando era uscito di casa e già si sentiva stanco.Sua madre l’aveva sempre detto che lui era nato stanco, glielo aveva urlato, l’aveva minacciato esasperata per quella pigrizia che  gli annullava la vita, per quella  mancanza di interessi che lo rinchiudeva in un vuoto statico e greve.

Suo padre era stato come lui; guardava dai vetri passare la gente e fumava, una sigaretta dietro l’altra, fino a che non arrivava lei, la madre, a imbastire eterni rimbrotti su tutto, sul denaro che non portava a casa, sul denaro speso in sigarette, sulla cenere delle sigarette caduta sul tappeto da quattro soldi davanti alla finestra. Allora si riscuoteva, la guardava con uno sguardo vuoto, prendeva cappotto e cappello e usciva. Dove andasse, lo si intuiva la sera, quando rientrava con passo malfermo e  con voce impastata pretendeva la cena.

Forse si era perso, ma non importava, aveva tutto il tempo che voleva, lui: ad aspettarlo non c’era una moglie brontolona, e neanche un figlio svogliato, meglio così, non voleva una moglie e neanche un figlio, soprattutto adesso che aveva perso anche il lavoro.Anni e anni di studio per ottenere una laurea in medicina, un posto in quella clinica di prestigio per poi perdere tutto in poche ore, un’operazione sbagliata per colpa dell’alcool che toglieva sicurezza  alle sue mani da chirurgo.

Quando aprì la porta del locale,  lo investì una ventata d’aria calda che gli diede una sensazione immediata di sollievo , si liberò del cappotto e della sciarpa e sedette in un angolo. La stanza era piccola, piena di gente, di fumo, di odore di fritto e di carne grigliata. Una cameriera carina dall’aria annoiata venne a chiedergli cosa volesse. Lui non  ne aveva idea, scelse due cose a caso dalla lista che gli veniva presentata e si dispose ad aspettare.

Doveva essersi assopito perché fu un  urlo a risvegliarlo; il fuoco, dalla porta delle cucine, il fuoco dietro il bancone,  che si mangiava tutto quello che incontrava. E la gente che spingeva per uscire. Si ritrovò anche lui all’aperto, fra la gente che si contava e si chiamava, manca Ester disse qualcuno e lui pensò alla cameriera carina dall’aria annoiata che gli aveva parlato, la cercò e non la vide.

 Rientrò di corsa, passò tra i tavoli rovesciati: il fuoco si era arrestato, ma il fumo nero e denso si allargava nella stanza, la invadeva. Gli entrava nel respiro e nello stomaco, lo faceva tossire e alla fine la trovò,.semisvenuta dietro ad un divano, la prese tra le braccia e cercò la porta tra tutto quel fumo che era aumentato, che gli entrava negli occhi e nel respiro e la portò fuori e l’affidò ai barellieri dell’ambulanza che era arrivata e salì con lei e trattenne il respiro sino a quando lei riaprì gli occhi e rincominciò a parlare.

 
 

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