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IL MISTERO  DI  VILLA  SEVERINO

 

Le ho viste arrivare. Tutte e tre.  Cosetta, Dina e Sofia.  Salivano su per la gradinata  che porta alla chiesa di  Sant’ Anna. Salivano con circospezione, tra la neve ancora fresca. Si sentiva, più che vederla, la loro paura di cadere.

Si sono fermate, e si sono scambiate poche  parole. Un accordo, forse, o un   incoraggiamento.

Hanno raggiunto il portone e sono entrate.

Altre persone sono state qui nei giorni passati, prima che venisse giù tutta questa neve. Le ho sentite parlare, ho origliato e ascoltato le loro parole. E ho capito che Cercavano un tesoro.Lasciato da un soldato tedesco in fuga. Qualcosa di prezioso che è rimasto nascosto qui e che nessuno è riuscito ancora a trovare. Hanno girato per le stanze, aperto tutte le porte, dal piano terra su su, sino  alla torretta dove abito io, ma qui, nella mia stanza chiusa, con le finestre e la porta sbarrate, nessuno è. riuscito a entrare. Nessuno sa che abito qui..

Io  invece so di quale tesoro  parlano. Ed è mio. La scatola che ho affidato a Franz, perché lo nascondesse, tutti gli oggetti preziosi che ci assicureranno  una vita felice insieme  quando lui tornerà  a prendermi.

Non c’è più alcun tesoro, qui. Il mio Franz, il mio bel capitano biondo, se lo è portato via.

Lui mi ama. E non è fuggito, come dicono. Non è fuggito. Mi avrebbe portato con sé, se avesse potuto, ma era troppo pericoloso., allora, muoversi in due.

.Lo ricordo come fosse ieri, il momento dell ’addio.

Mi ha baciato, nella stanza della torretta e poi mi ha sussurrato “ti chiudo qui, perché nessuno possa entrare e farti del male. Ma non aver paura, io torno.  “ HA riempito di mattoni  l’apertura della finestra, è uscito,  ha chiuso a chiave la porta e si è allontanato.

Ho sentito i suoi passi che scendevano veloci le scale.

E  io sono rimasta qui a aspettarlo. E ho sofferto la fame e il freddo, ma non importava, perché sapevo che Franz  sarebbe tornato.

Le voci oltre la mia porta parlano di un fantasma.. Una donna, dicono. Che si muove  per le stanze  e fa cadere delle cose. Io non so. Un fantasma?  Non c’è mai stato un fantasma, qui.

Io sento solo il fruscio delle foglie degli alberi, le ante di una finestra che sbattono, l’abbaiare di qualche cane. Niente altro.

Le tre ragazze sono qui. Hanno aperto tutte le porte, sono arrivate alle torretta e le sento parlare piano.

“ La casa è stata occupata dai tedeschi “ dice  Cosetta e le altre si chinano verso di lei, gli occhi che si fanno attenti.

“ Sì, è vero”  prosegue   Dina. Mia nonna ripete spesso che i soldati tedeschi si erano presi  alcune ragazze del paese e le avevano tenute con sé una notte, due notti, che poi le avevano lasciate andare, tutte, meno una. e si chiedono se è stata trattenuta a forza o se è lei che è voluta restare. 

Dicono che  nelle notti   di vento, la sentono ancora urlare il nome di un uomo.

Dina, Cosetta e Sofia riprendono il loro giro. Salgono le scale. frugano negli armadi, aprono i cassetti, sollevano polvere, vecchi lenzuoli, spostano poltrone, rimuovono la cenere dei camini. Le seguo di nascosto, attraverso ai muri. Mi aggiro fra di loro, nascosta.

Sento  le loro voci.  Cosetta dice che non crede ai fantasmi, ma la sua voce trema, Dina 

si guarda intorno e le leggo negli occhi la paura, Sofia ride senza motivo. Fuori è già buio. Si alza un vento di ghiaccio. Lo  sento ululare tra le fronde del pino, oltre il terrazzo, muove le tende di finestre sconnesse.

E lui è là. Un’ ombra più scura  Sul viale di accesso. Sospinto dal vento che gli scompiglia i vestiti.  E allora lo chiamo con tutta  la forza che è dentro di me: “FFFRRRANNNZZZ”

 

 

 

 

 

 NEL PALAZZO OLTRE IL CANCELLO

 

Vide passare un’ ombra, impronte precise nella neve, e il suo sguardo si illuminò di speranza. Per un attimo mandò bagliori nell’oscurità della stanza. Ma non era nessuno di sua conoscenza e la sua delusione  si lesse nel leggero movimento della testa, nel curvarsi appena accennato delle spalle.

La fame l’aveva obbligata a uscire dalla cucina, dove passava quasi tutta la giornata e a scendere nelle strade innevate.

 Odiava il freddo. Odiava affondare nella neve. Ma aveva fame.

Aveva vagabondato per le strade, cercato qualcosa  tra i bidoni della spazzatura, aveva conteso con rabbia un avanzo di carne con un altro vagabondo come lei, alla fine aveva vinto, e l’altro si era allontanato con la coda fra le gambe, ma non era stato abbastanza per saziarla.

 Aveva continuato a girare a vuoto, a rischio di perdersi e alla fine si era decisa a elemosinare qualcosa  a una giovane donna che si accingeva a rientrare. Perché aveva una bambina per mano e lei sapeva ispirare simpatia nei bambini.

Aveva guardato la bimba con fare supplichevole e la bimba aveva detto dai mamma, per favore, deve avere fame e la giovane donna l’aveva fatta entrare, e poi aveva scaldato del latte e ci aveva aggiunto del pane e glielo aveva messo davanti. “ torna quando hai fame, aveva detto la bambina” e Mirna le aveva sfiorato una mano e si era allontanata. Era rientrata nel vecchio appartamento’ aveva girato per le stanze vuote. E di ognuna aveva un ricordo. La camera di Renata, con il tappeto giallo accanto al letto e le bambole con i loro occhi fissi, sempre in disordine  e la voce della bambina che la chiamava “Mirna, Mirna,,vieni qui ho bisogno di coccole. Mirna ti voglio bene”,. La stanza dei genitori con l’ampio letto rivestito di seta e le poltroncine rococò   e i tendaggi come veli. Era proibita per lei quella stanza, ma trovava sempre la maniera di entrarci, di nascosto, quando era sicura che non ci fosse nessuno nelle vicinanze.

E lo studio del padrone,.i l suo punto di osservazione preferito. Le era sempre piaciuto osservare il mondo da quelle finestre. Una piccola parte di mondo. C’era una fontana. E un gelsomino arrampicato sul muro.

E le sere di festa, nel cortile entravano le carrozze degli invitati.

Ne uscivano signore dagli abiti sgargianti, generose scollature. Scambiavano sorrisi con i loro accompagnatori, perfetti nei loro abiti neri, entravano  con passi lievi nell’ampio salone da ballo.

Le piacevano quelle serate. Restava in disparte, in un angolo, a sperare che nessuno si accorgesse di lei. Seguiva il movimento dei piedi di chi danzava, il roteare degli abiti femminili, socchiudeva gli occhi nel bagliore delle luci.

Mirna  si affacciò alla finestra dello studio. Il cortile era deserto e lo era da molti mesi ormai.

La casa era stata abbandonata all’improvviso e lei non sapeva il perché. Forse qualcuno l’aveva chiamata al momento, forse anche cercata, e forse lei era fuori, forse nelle cantine e non aveva sentito e non era stata trovata. Forse Renata aveva pianto a partire senza di lei e forse non c’er stato tempo per cercare ancora.

Mirna era rimasta nella casa abbandonata. Con i ricordi che l rimbalzano negli occhi e nel cuore .

Si accoccolò nella sua posizione preferita. Sbadigliò, attorcigliò la coda intorno alla zampa sinistra, emise un leggero miagolio e si addormentò.

 

 

 

 

 

 

 

                                          Il mostro nel   fiume

 

Ucciderla, era stato un attimo. Sin troppo facile. Era stato un omicidio premeditato, non avrebbe potuto negarlo. Premeditato e rimandato. Cento volte. Aveva immaginato e scartato il veleno

( troppo difficile da procurarsi in quel piccolo paese, ancora più difficile non farlo sapere in giro), un colpo di fucile sfuggito per caso ( poco credibile), un elettrodomestico nella vasca da bagno

( impossibile. Iole non usava neanche il phon per asciugarsi i capelli, troppo corti e troppo dritti, diceva sempre, meglio farli asciugare “ nature” diceva e piegava la bocca a culo di gallina su quella U che voleva sembrasse francese.

Meglio un cuscino. Su quella bocca sempre aperta quando era preda nel sonno. Un cuscino. Non se ne sarebbe accorta. Meglio. Niente urli, né rumori di cadute, un lavoretto pulito Dopo, aveva guardato a lungo quel corpo steso sul letto. Era stata sua moglie, la donna che aveva amato, forse per qualche anno anche dopo il matrimonio e era diventata un peso insostenibile.

Si era stancato di lei. Che non amava le stesse cose che piacevano a lui, che trovava da ridire su tutto e su tutti, che gli rimproverava il disordine e il pressapochismo e la voglia di non far niente e l’ammirazione smaccata per le altre donne,  più giovani, più snelle, e la testa fra le nuvole e i sogni mai realizzati di mettere da parte due soldi e di smettere di bere e..e… e..

Il difficile arrivava ora. Trasportarla.. farla uscir da casa. Nasconderla. Gli venne in mente il fiume. Conosceva un punto in cui era abbastanza profondo da nascondere tutto. Il tempo e i pesci avrebbero fatto la loro parte, sperava. E se poi anche quella storia fosse stata vera, tanto meglio. La storia del mostro nel fiume. Come quello di lochness. Più piccolo, forse, ma ugualmente pericoloso. Una sorta di bestione a forma di biscia, viscido e rossastro che ogni tanto risaliva in superficie e afferrava tutto quello che gli capitava. Nessuno lo aveva visto, naturale, ma se ne parlava spesso nei bar  e nei circoli ricreativi dei paesi che si affacciavano sul fiume.

Savino guardava il corpo immobile di Iole e pensava che avrebbe dovuto provare un po’ di rimorso, un interrogativo del tipo “ oh Dio che cosa ho fatto” .  Niente. Gli si affacciava solo l’idea che avrebbe dovuto portarla via prima possibile.

Iole era ingrassata. Troppo, e  non sarebbe più riuscito a prenderla in braccio come aveva fatto qualche anno prima sulla soglia di casa, al ritorno dal viaggio di nozze.

 Provò a sollevarla passsandole le braccia dietro la schiena, ma si fermò spossato al terzo tentativo.

Il tappeto era la soluzione, il bel tappeto iraniano che lei aveva voluto a tutti i costi e che gli era costato una fortuna. Adesso avrebbe risolto i suoi problemi. Previdente come sempre, la sua Iole.

Che produsse un tonfo sordo, quando si ritrovò con la faccia contro quei disegni che l’avevano affascinata quando era ancora in grado di provare emozioni.

Certo, al momento dell’acquisto,  lei non avrebbe mai pensato che  quel tappeto si sarebbe trasformato un giorno in nastro trasportatore nelle mani di un marito assassino.

Savino era distrutto. Non aveva immaginato che far salire tutto quel peso sul pick up sarebbe stato così faticoso, ma ce l’aveva fatta.  Guidò con prudenza sino al punto in cui aveva lasciato la barca il giorno prima, scese dall’auto, abbassò il pianale posteriore, tirò il tappeto verso di sé e in modo che cadesse direttamente nella barca, vi salì, immerse i remi nell’acqua e si diresse verso il centro del fiume, nel punto che sapeva più profondo. Quando si alzò, il corpo di Iole  scivolò sulla destra e la barca si incurvò da un lato. “ Addio, Iole “ si sentì dire a voce alta. Afferrò il tappeto con tutta la sua forza e  lo scosse. Amalia rotolò oltre il bordo, provocò un’onda e uno spruzzo che gli tolse per un secondo la visuale. La barca sbandò, si inclinò, rovesciò tutto il suo contenuto nelle acque gelide del fiume. Savino si ritrovò sott’acqua. Riuscì a emergere a fatica. La barca caracollava a distanza di poche bracciate. Facile raggiungerla. Una stretta improvvisa, viscida, gli attanagliò le gambe, lo costrinse verso il fondo. Fu un momento ricco di pensieri. Pensò che aveva ucciso sua moglie e non provava rimorso, pensò che adesso era sicuro che esisteva un mostro nel fiume e che non avrebbe potuto dimostrarlo, si  chiese chi era veramente il mostro, se lui che non provava niente per quello che aveva fatto o quella creatura orrenda che gli stava impedendo di risalire in superficie. Pensò che presto le acque si sarebbero richiuse e il fiume sarebbe apparso tranquillo come sempre e che i suoi amici, loro, avrebbero continuato a chiedersi se davvero esisteva una creatura così.

 

                                                   

 LA RAGAZZA CHE NON AVEVA MAI  VISTO UN LAGO

 

 

 

La prima volta che Maura chiese a Vera di accompagnarla al di là del bosco, lo fece perché sapeva  che oltre quei tronchi e tutto quel  verde, c’era  un lago. E lei non aveva mai visto un lago. E nemmeno una montagna.

Se li era sognati, qualche notte prima, laghi e montagne. Pozze   perfettamente squadrate di acqua ferma e alte piramidi grigie di roccia, bianche di neve. Niente di simile alle  spiagge di rena chiara   e alle strade battute dai camion e dai ciclomotori della città in cui aveva abitato, a mille chilometri da lì.

Primi di ottobre e gli alberi erano un concerto di colori e una brezza sottile cantava tra i rami canzoni aspre  di freddo e il cielo si allontanava dietro sfilacci di nubi bianche e sottili e a guardar per terra,  le prime foglie cadute coloravano di giallo, di rosso,  i ciottoli grigi della strada.

Maura guardava gli alberi e pensava alle storie di gnomi, di fate e di elfi che suo padre le raccontava quand’era bambina e lei era convinta che non avrebbe mai visto una montagna, che non sarebbe mai stata vicino a un lago.  

C’era ancora luce e la strada era frequentata. Passò una donna, la superò con un leggero scampanellare di bicicletta,  due ragazzi abbracciati, felpe marroni, jeans lisi,  una mamma  che affrettava il passo dietro a due monelli che si rincorrevano davanti a lei. ne sentì il richiamo anche quando, dietro alla prima svolta, sparirono alla vista. “  Mircoo…Norberto…fermatevi. dobbiamo tornare”

Il lago non doveva essere lontano. Non lo vedeva ancora, ma le sembrava di avvertirne la presenza da un certo odore dolciastro che cominciava a colpirle le nari e da uno sciabordio sottile di acqua contro la riva.

Aveva immaginato un quadrato d’acqua ferma e il lago proprio fermo non era.

Al largo Piccole onde  irregolari si alzavano verso il sole, si vestivano dei suoi raggi, ricadevano spossate nell’acqua, sulla riva. Tra i canneti, alcuni cigni cercavano qualcosa da mangiare,  coppie di germani reali  si portavano appresso famigliole di cuccioli traballanti.

Maura era incantata. Volgeva lo sguardo sull’altra riva, dove grappoli di case basse spiccavano tra il verde intenso dei pini avvinghiati alla collina,  e  cominciavano a delinearsi strisce rossastre in un cielo  di un azzurro serale.

Un brivido di freddo la sorprese, improvviso. Maura si strinse nel parka leggero, si volse verso l’amica, già china verso di lei.

“ Vera” disse” rientriamo. Per favore, qui comincia a fare freddo”. 

Vera girò la carrozzina, sistemò il plaid sulle gambe lese dell’amica, tolse il freno e l’avviò sul sentiero. Non c’era più nessuno. Anche il vento aveva cessato di fremere.

Vera spingeva Maura sul sentiero  sul terreno,  attenta a che le ruote non urtassero ciottoli o rametti aguzzi. Maura si teneva stretta sotto il plaid leggero, gli occhi chiusi per fermare nella mente la visione di quel lago.     

 

                           

L’AMORE PER LA MONTAGNA

 

L’estate, si andava in montagna. Ai primi di luglio, la mamma decideva che cambiare aria ci avrebbe “fatto bene”.

Noi bambini assistevamo al rituale del giorno prima, i tappeti arrotolati, il suo andirivieni a riporre nelle valigie magliette, pantaloncini, biancheria.

Si partiva all’alba tra i brontolii del papà che tentava di far entrare in macchina a forza tutti quei bagagli, scuoteva la testa e diceva: “Possibile che ci voglia sempre tanta roba, siamo in estate, basta una maglietta e un paio di calzoncini.”

La mamma taceva e badava a tenerci quieti per non peggiorare le cose.

La macchina sbuffava su per stradine sterrate, arrancava nel seguire curve infinite.

Si arrivava. Dopo giochi estenuanti per tenerci buoni in macchina, dopo fermate obbligate di chi non sopportava di restare chiuso, seduto, scomodo, sui sedili posteriori.

La vecchia villa degli amici di papà si era abituata, anno dopo anno, alla nostra presenza.

E anno dopo anno,  la stanchezza del viaggio rinnovava dentro di noi, il sollievo  per l’arrivo e per il clima gradevole di montagna ,  e la gioia   di girare  per le stanze e aprire le finestre e far entrare il sole e affacciarsi   e sentire il ronzio delle api e seguire il volo di qualche farfalla smarrita.

Sul prato, un susino allargava rami carichi di frutta.

Adoravo quell’albero., Mi alzavo sulle punte dei piedi per arrivare ai rami più bassi, ne coglievo i frutti che mordevo di nascosto, il succo tingeva le mani, colava lungo le braccia, macchiava la maglietta e le macchie di frutta sono difficili da togliere, impossibili, diceva la mamma brontolando ed era quello il proibito, sporcarsi, macchiare le maglietta bianca.

Venivano contadini a portare cesti di mirtilli e lamponi raccolti nei boschi, la mamma li faceva entrare e offriva caffè e biscotti: sedevano con noi a far chiacchiere di paese.

Al di là del cancello si apriva la strada bianca, non ancora asfaltata, sulla quale rare macchine sollevavano nuvole di polvere.

La percorrevamo a piedi per raggiungere viottoli che portavano a radure ombrose, tornavamo a sera con le mani rosse dal sugo delle more, raccolte sul sentiero.

Per altri sentieri, percorsi nel caldo di pomeriggi assolati, si arrivava, talvolta, alla baita di Edoardo e Lorella. Vecchia struttura appoggiata  su un prato a precipizio,  desco imbandito per decine di mucche che vi ruminavano in silenzio.

La mamma entrava con i miei fratelli nella grande cucina, alla ricerca di ricotta e formaggi freschi, accolta dall’allegria rumorosa della donna e ne usciva qualche tempo dopo piena di sacchetti.

Si guardava intorno, mi chiamava. Sdraiata tra l’erba, facevo finta di non sentire,  mi davo una spinta e rotolavo giù per il prato e non c’era niente di più esaltante che rotolare tra l’erba e poi rialzarsi e cogliere fiori e infilarsi tra le spighe del grano, i fiordalisi ed i papaveri, sino al grande fico nodoso dai rami già carichi.

Adoravo quei fiori, infiorescenze bianche, margherite gialle, e l’odore della terra, profumi di erbe selvatiche.

Mi è rimasto l’amore per la montagna, d’estate, con i suoi colori, il giallo del grano, il rosa dei fiori del cardo, il verde dell’erba, il bianco dell’achillea e la voglia di rotolare giù per un prato in discesa.

                                        COME   NASCE  UN RACCONTO

 

 

Nasce un racconto. Da una frase che a un tratto ti guizza nella mente,davanti  a una pagina non scritta, a un foglio da riempire di parole. “ le foglie in autunno cadono sul viale”, una frase banale pensi e  la rifiuti e lei torna a girarti   nella mente   e ti adesca con visioni di viali alberati alle soglie dell’autunno. Finché cedi.

Perché ora, tra te e il foglio c’è una strada, umida di pioggia, alla periferia di una città che forse non esiste.

Ai lati, sui marciapiedi, gli alberi si susseguono vicini,  a intervalli regolari, panchine scrostate, bisognose di urgente intervento di restauro, a terra, il giallo e il ruggine delle foglie formano un’alternanza di colori degna della tavolozza di un grande pittore.

E c’è un uomo.

Non lo conosci, non l’hai mai visto, ma sai come si chiama. Hai un nome  per lui: Manuele.  Cammina con passo incerto, piedi infilate in grosse scarpe sbrecciate,  un giornale sotto il braccio,  barba e capelli chiari sotto un basco nero, informe,  il riflesso  nell’ultimo raggio di sole, del vetro di una bottiglia che sporge da una tasca.

Si siede. Fruga fra le pieghe di una vecchia borsa di stoffa, ne trae una sigaretta, l’accende,  una  mano a coppa, per ripararla da un vento che non c’è.

Manuele si siede. i gomiti sulle ginocchia, la testa fra le  mani, rimane immobile per un tempo indefinito,.  Non bada alle foglie che tingono la panchina di rosso, di giallo, marrone.

Tu fermi,. le mani sulla tastiera e pensi. Non sai nulla di lui, nel suo passato, la tua mente gli offre una famiglia, una casa accogliente, dei figli, rumore di sedie, di piatti sul tavolo, voci femminili e risate di bambini.

Manuele getta la sigaretta, guarda nel vuoto, si rivede nella sua casa, al caldo, tra i suoi affetti e gli   sembra   che tutto questo appartenga a un’altra vita. E a come tutto questo sia finito, per colpa del lavoro perso di debiti di gioco,  degli usurai e della donna che ha amato , che ama ancora, ma che non l’ha più voluto.

 Infila una mano in tasca, ne estrae la bottiglia,  beve con ingordigia gli ultimi sorsi rimasti, poi la appoggia a terra, con attenzione esagerata. Si alza a fatica  e a fatica si allontana.

Il  crepuscolo invade il viale con le sue ombre,  rende uniforme il colore degli alberi, delle panchine, delle foglie. Unica macchia chiara, il vetro della bottiglia vuota, appoggiata alla spalliera della panchina

“ le foglie in autunno cadono sul viale” era solo una frase, e non ti piaceva neanche. E ora è una storia, e non ti sembra più tanto banale     

                                        

 GIULIANO  E BASTA

 

 

Chiudeva gli occhi, nonna Elsa, e raccontava.  Le piaceva raccontare. E i suoi racconti Sapevano di acqua di fiume e di alghe di lago, di boschi  e di alberi stregati    che affondavano le radici nel fango scuro della riva.

Nella casa di assi in fondo al cammino non arrivava la luce, oggi come allora. Le ombre della sera segnavano la fine del lavoro nei campi, l’inizio di una cena frugale cucinata e consumata alla luce di un  lume a petrolio.
Mangiavamo in fretta, noi bambini, lo sguardo rivolto verso la nonna pronti a cogliere un cenno d’assenso, un sorriso represso,  che voleva  dire che sì, quella sera ci sarebbe stata  una storia , che potevamo stare alzati a ascoltarla.

Ci accoccolavamo a terra allora, davanti a lei,  seduta sulla sua poltrona preferita,  un lavoro a maglia mai concluso appoggiato sulle ginocchia.

A quell’epoca Roemi, la più grande fra noi, forte dei suoi quattordici anni, aiutava la mamma a sparecchiare la tavole e la seguiva in cucina.. Si sentiva il suono delle stoviglie smosse e di un loro chiacchiericcio a volte concitato, a volte  interrotto da qualche risatina sommessa.

Eravamo rimasti in quattro a pendere dalle labbra di nonna Elsa, a vivere della magia che scaturiva dai suoi racconti, mai gli stessi, sempre inventati.

Fu in una di quelle sere in cui la nebbia rendeva confusi gli alberi e le case oltre i vetri, fu in una di queste sera, che  nonna ci propose il gioco.

“Stasera facciamo un gioco” disse e a noi che ci guardavamo confusi, senza osare replicare, a noi che non avevamo giochi con cui giocare, sorrise e chiese di dire le prime parole che ci venivano in mente.

Tavola” trillò Simona che aveva poca fantasia e aveva bisogno di certezze.

Augurio” saltò su Vera che  il giorno dopo avrebbe compiuto dodici anni.

 “ Coraggio”  mormorò con voce roca Anita che aveva paura di tutto.

“ E tu, Adriano?”

“ Vita” dissi io, e pensavo ai miei incubi notturni in cui si aggiravano scheletri e misteri.

“ Tavola, augurio, coraggio, vita” riassunse nonna  Elsa.”  bene. ora costruiamo un racconto, tutti insieme. con  queste parole. Parliamo di un angelo, di quelli che Il Signore manda sulla terra a aiutare l’anima  di chi muore, a salire verso il cielo…. “

“ il cuore degli uomini è il rifugio della speranza” sentenziò il nonno e si alzò  .” speranza di non morire, di continuare a vivere in qualche altro modo, in qualche altra forma. io me ne vado a leggere  il mio giornale. voi pensate pure alla vostra storia”

“ buonanotte, Fulgenzio” salutò nonna Elsa.

“ buonanotte, nonno” facemmo eco noi.

“ comincio io che sono la più grande. “ disse Vera. “ c’era un uomo, una volta,  che veniva spesso  a pescare e pescare gli piaceva a tal punto che aveva acquistato una piccola baita abbandonata, sulle riva destra del nostro lago. La baita era vecchia,in qualche punto scrostata, in qualche altro, bisognosa di restauro, ma a lui piaceva. Gli piaceva il piccolo portico e il rampicante che  vi si era insinuato e si arrampicava libero intorno alla sua porta. Quell’uomo  si chiamava Giuliano e non aveva un cognome. O almeno nessuno sapeva quale fosse. Mi chiamo Giuliano, diceva, Giuliano e basta. 

“Si’” interruppe  Simona. “ e le parole? non hai detto nessuna delle parole.”

“ continuo io, dissi, per evitare un litigio che sembrava prossimo a scatenarsi.

“ Veniva spesso qui, Giuliano. Lo si vedeva, sin dalle prime luci dell’alba, entrare nell’acqua, gettare la lenza , restare immobile per ore, figura che a volte appariva e spariva nella nebbia del mattino. Aspettava. Carpe, lucci,anguille e uno o due volte qualche grosso luccio…volte alborelle,……………..

Il primo pomeriggio lo vedeva risalire la riva col suo passo metodico, pesante.

Non entrava neanche in casa. Sedeva subito su una rozza panca  appoggiata alla parete, , volgeva lo sguardo a cercare brandelli di cielo fra le foglie di una vecchia  acacia,  rovesciava il pesce davanti a sé, su una tavola di legno consunto che gli serviva da desco, da sala di lettura, da scrittoio, da appoggio momentaneo per  piccoli cesti.

Puliva il pesce pescato, Giuliano e  lo  imbustava e lo poneva con attenzione in piccoli cesti e vi aggiungeva due o tre mele, delle  pere, qualche susina se era la stagione giusta.”

“ che andava a cogliere nel suo piccolo frutteto dietro casa.” Vera approfittò di una breve pausa nel racconto per proseguire. “ I inseriva in ogni cesto una breve frase di augurio.Vedrai che guarirai presto, Velia.,oppure   Il tuo bambino sarà splendido, Beniamina,   o ancora: questo è per  te,Egidio,   

e per te, Erica,  i vostri guai   stanno per finire.”

Portava i piccoli cesti sulla soglia delle case e si allontanava, piano, senza far rumore, perché nessuno si accorgesse di lui, uscisse sulla porta e lo ringraziasse.

Scriveva poesie, Giuliano, brevi, intense. Le appendeva con fili sottili ai rami dell’edera che cresceva in un vaso, sotto ilalbero davanti alla sua porta. Dondolavano nel vento,

Tocca a te, Simona. Continua tu”

“ la parola? ah. coraggio. Tornava una sera da una di queste sue passeggiate. era una sera piena di nebbia. non si vedeva quasi nulla.  Giuliano faceva fatica a individuare sentieri che pure conosceva bene. Ma il grido lo sentì. E forte. Era il grido di  un bambino e era una richiesta d’aiuto e veniva dalle acque fredde del lago. Giuliano sentì i battiti del cuore accelerare. Il rumore dei suoi passi che correvano sulla ghiaia  gli rimbombavano nelle orecchie. Quei  pochi metri gli erano sembrati una distanza infinita, i pochi minuti trascorsi, un tempo  interminabile. In poche bracciate aveva raggiunto il ragazzo, appena prima del punto in cui la corrente l’avrebbe portato via, lo aveva  afferrato e  sospinto sin sulla riva, oltre il canneto, sui primi ciottoli della spiaggia, lo aveva preso tra le braccia  e riportato a casa, lo aveva affidato alle cure della madre, del medico di turno, aveva resistito alle preghiere della donna di entrare,  qualcosa di caldo,Giuliano, si segga un momento con noi. Aveva imboccato la strada per il casolare. Lo avevano trovato la mattina dopo. Sembrava dormisse e era morto.  Sul tavolo,  trattenuto da un sasso colorato,    un foglietto. Poche righe che erano la sua ultima poesia.

“ rami d’inverno

ossute mani rivolte verso il cielo,

in una muta preghiera di vita”

“ Concludo io” decise la nonna e chiuse gli occhi. Vi ricordate? la mia parola è angelo. E un angelo era davvero quest’uomo buono. Lo era stao in vita e lo divenne dopo la morte.

 E’ lui che aiuta le anime di chi muore intorno a questo lago a salire verso il cielo.

C’è chi dice che  nelle sere di nebbia o alle prime luci dell’alba , lo si vede ancora, gli stivali nell’acqua, la canna in mano, gettare la lenza nelle acque ferme del lago.

 

 

 

 

 LA BICICLETTA DI BARBARA

 

Suo padre lo diceva spesso, che gliela avrebbero portata via, quella bicicletta, se non si comprava una catena, di quelle belle, pesanti, con un lucchetto robusto. E non l’avrebbe più ritrovata. Non bella, e neanche troppo nuova, ma in quel quartiere, il furto sembrava cosa logica  nella mente dei residenti, non  cose gravi, piccoli furti, piccoli gesti di teppismo, bravate di cui vantarsi. Tanto che le cose rubate finivano per venir dimenticate da qualche parte, inutili, chè nessun ricettatore le avrebbe mai prese in considerazione. E UNa catena, Barbara se la era comprata, di plastica celeste, con un lucchetto color oro, pesante, ma non lo aveva mai usato. L’aveva chiuso in un cassetto e poi se lo era dimenticato, ci aveva messo intorno il suo disordine e non sapeva più dov’era, adesso che doveva uscire,e aveva fretta perché Claudio fra poco avrebbe aperto quel suo negozietto di cose usate e lei vi si immaginava già dentro, sola, con lui, tra le sue braccia..

La notte non aveva dormito. Si era girata e rigirata nel letto, si era alzata, era andata a bere senza avere sete, si era riempita una ciotola di biscotti senza avere fame e poi se li era finiti tutti  a morsi, seduta sul letto, e era andata in bagno senta sentirne il bisogno. Si era addormentata che già era l’ora di alzarsi, vestirsi, andare a scuola, aveva bevuto un sorso di succo di  mela con la testa altrove, senza far caso al brontolio della mamma per quel suo letto pieno di briciole.

Aveva caricato lo zaino sulla bici e era corsa via. La scuola l’avrebbe aspettAta, quella mattina, inutilmente. Si sarebbero succedute le ore e i professori, religione, chimica, francese e lei sarebbe stata da un’altra parte. Avrebbe dovuto riparare un’interrogazione di storia dell’art, pazienza e pazienza anche per quel compito di inglese per cui aveva studiato tanto. ma forse era meglio così, si consolò, la grammatica inglese non era mai stata il suo forte.

Lei avrebbe visto Claudio. Che non se l’aspettava e avrebbe mostrato la sua sorpresa e le avrebbe sorriso e presa per mano.

Barbara volava sulla sua bicicletta, martoriava le note di una canzone , ne reinventava le parole, le adattava al momento che viveva, alle sue attese.

Si accorse di aver sbagliato strada solo quando fu in prossimità del quartiere.

Si trovava dalla parte opposta del fiume. Ora era costretta a un lungo giro oppure a lasciare la bicicletta e percorrere il ponticello coperto che l’avrebbe portata  sull’altra riva.

Scelse la seconda soluzione.

“ Ne troverai due” la frase del padre risuonò dentro di lei

“ Non questa volta, Non oggi. Oggi non può accadere. E’ una giornata ok. Andrà tutto bene, vedrai.” le rispose.

Le case oltre la riva cominciavano a animarsi. Qualche studente con la cartella sulle spalle, una mamma con un bimbo  per mano, diretta all’asilo più vicino. La serranda di un bar che  si alzava lentamente. Barbara appoggiò la bicicletta all’entrata del ponte, salì i pochi gradini e lo attraversò. .. Il portoncino del negozio di Claudio era chiuso, Guardò l’orologio, le otto e mezzo.. Era presto Prima delle nove  non avrebbe aperto. Contò i passi sino al ponte, venti passi, li rifece,avanti e indietro, tre, quattro, cinque volte. le nove meno venti. Il tempo non passava mai. il traffico si infittiva. Contò le macchine blu, e poi quelle rosse, si impose di contare cinquanta macchine macchine prima di guardare un’altra volta l’orologio. La 9 meno cinque. Barbara decise di attraversare il ponte. Claudio avrebbe aperto il negozio e lei sarebbe già stata lì. Gli avrebbe fatto una sorpresa. Lui ne avrebbe riso e avrebbe portata all’interno, le avrebbe mostrato ……

Le nove e cinque.

 Claudio era in ritardo. Forse era all’interno, dietro a quel portoncino in falso stile inglese  e stava ultimando i preparativi prima dell’apertura.

Le nove e dieci. Barbara riprese  a camminare avanti e indietro, impaziente, a contare le macchine rosse, a vedere quante persone uscivano dai palazzi intorno per andare a comprare il pane o…

 Le nove e venti.

Gli altri negozi erano già tutti aperti.. Provò a battere sulla serranda chiusa. nessuno le rispose. Claudio non c’era, non c’era nessuno.

le nove e mezza.

Barbara  ripercorse a passo lento il piccolo ponte di legno. Qualcosa  non aveva funzionato e non sapere cosa né perché. E il cuore aveva smesso di cantare, e la bicicletta non c’era più, e non era più una giornata ok..

Le sarebbe toccato tornare a casa a piedi e dire al padre che aveva ragione, che avrebbe dovuto usare quella benedetta catena celeste.  Percorse qualche metro e si fermò, stupita. Perché ORA sul lungo fiume, di biciclette ce ne’erano davvero due, e poco lontano la voce di Claudio diceva; “ vedi, là, dall’altra parte del fiume, quel portoncino scuro? Domani inauguro il mio negozio. “ e una voce femminile che era quella di Denise, la sua compagna di banco rispondeva “oh Claudio che bello, sono così felice per te e…”

“ Domani sarai qui, vero, verrai a aiutarmi. Ti farò fare gli onori di casa. Sarà divertente, vedrai”

Successero due cose, e nello stesso momento. Cominciò a piovere, una pioggia improvvisa, scrosci pesanti  si abbattevano sulle persone e sulle cose, sull’acqua del fiume, e il cuore di Barbara  smarrì un colpo e poi si mise a battere all’impazzata, mentre lei cercava di ripararsi con il cappuccio della felpa, mentre correva a perdifiato verso casa, e il cuore accelerava i suoi battiti e lei non smetteva di correre e di pensare  a quanto tempo aveva perso dietro a Claudio, ,e a quanto odiava Denise e a quanto avrebbe brontolato  suo padre per la bicicletta scomparsa e a quanto avrebbe  gridato sua madre  quando avrebbe saputo ….

Si fermò trafelata sul portone della scuola. guardò l’orologio. Le dieci. Era ancora in tempo per il compito di inglese. in fondo aveva studiato. Valeva la pena di entrare.

 Peggio per Denise. lei non sarebbe riuscita a riparare prima della fine del quadrimestre     

 

 

 

 


 
 

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