LA RAGAZZA CHE NON AVEVA MAI VISTO UN LAGO
La prima volta che Maura chiese a Vera di accompagnarla al di là del bosco, lo fece perché sapeva che oltre quei tronchi e tutto quel verde, c’era un lago. E lei non aveva mai visto un lago. E nemmeno una montagna.
Se li era sognati, qualche notte prima, laghi e montagne. Pozze perfettamente squadrate di acqua ferma e alte piramidi grigie di roccia, bianche di neve. Niente di simile alle spiagge di rena chiara e alle strade battute dai camion e dai ciclomotori della città in cui aveva abitato, a mille chilometri da lì.
Primi di ottobre e gli alberi erano un concerto di colori e una brezza sottile cantava tra i rami canzoni aspre di freddo e il cielo si allontanava dietro sfilacci di nubi bianche e sottili e a guardar per terra, le prime foglie cadute coloravano di giallo, di rosso, i ciottoli grigi della strada.
Maura guardava gli alberi e pensava alle storie di gnomi, di fate e di elfi che suo padre le raccontava quand’era bambina e lei era convinta che non avrebbe mai visto una montagna, che non sarebbe mai stata vicino a un lago.
C’era ancora luce e la strada era frequentata. Passò una donna, la superò con un leggero scampanellare di bicicletta, due ragazzi abbracciati, felpe marroni, jeans lisi, una mamma che affrettava il passo dietro a due monelli che si rincorrevano davanti a lei. ne sentì il richiamo anche quando, dietro alla prima svolta, sparirono alla vista. “ Mircoo…Norberto…fermatevi. dobbiamo tornare”
Il lago non doveva essere lontano. Non lo vedeva ancora, ma le sembrava di avvertirne la presenza da un certo odore dolciastro che cominciava a colpirle le nari e da uno sciabordio sottile di acqua contro la riva.
Aveva immaginato un quadrato d’acqua ferma e il lago proprio fermo non era.
Al largo Piccole onde irregolari si alzavano verso il sole, si vestivano dei suoi raggi, ricadevano spossate nell’acqua, sulla riva. Tra i canneti, alcuni cigni cercavano qualcosa da mangiare, coppie di germani reali si portavano appresso famigliole di cuccioli traballanti.
Maura era incantata. Volgeva lo sguardo sull’altra riva, dove grappoli di case basse spiccavano tra il verde intenso dei pini avvinghiati alla collina, e cominciavano a delinearsi strisce rossastre in un cielo di un azzurro serale.
Un brivido di freddo la sorprese, improvviso. Maura si strinse nel parka leggero, si volse verso l’amica, già china verso di lei.
“ Vera” disse” rientriamo. Per favore, qui comincia a fare freddo”.
Vera girò la carrozzina, sistemò il plaid sulle gambe lese dell’amica, tolse il freno e l’avviò sul sentiero. Non c’era più nessuno. Anche il vento aveva cessato di fremere.
Vera spingeva Maura sul sentiero sul terreno, attenta a che le ruote non urtassero ciottoli o rametti aguzzi. Maura si teneva stretta sotto il plaid leggero, gli occhi chiusi per fermare nella mente la visione di quel lago.
L’AMORE PER LA MONTAGNA
L’estate, si andava in montagna. Ai primi di luglio, la mamma decideva che cambiare aria ci avrebbe “fatto bene”.
Noi bambini assistevamo al rituale del giorno prima, i tappeti arrotolati, il suo andirivieni a riporre nelle valigie magliette, pantaloncini, biancheria.
Si partiva all’alba tra i brontolii del papà che tentava di far entrare in macchina a forza tutti quei bagagli, scuoteva la testa e diceva: “Possibile che ci voglia sempre tanta roba, siamo in estate, basta una maglietta e un paio di calzoncini.”
La mamma taceva e badava a tenerci quieti per non peggiorare le cose.
La macchina sbuffava su per stradine sterrate, arrancava nel seguire curve infinite.
Si arrivava. Dopo giochi estenuanti per tenerci buoni in macchina, dopo fermate obbligate di chi non sopportava di restare chiuso, seduto, scomodo, sui sedili posteriori.
La vecchia villa degli amici di papà si era abituata, anno dopo anno, alla nostra presenza.
E anno dopo anno, la stanchezza del viaggio rinnovava dentro di noi, il sollievo per l’arrivo e per il clima gradevole di montagna , e la gioia di girare per le stanze e aprire le finestre e far entrare il sole e affacciarsi e sentire il ronzio delle api e seguire il volo di qualche farfalla smarrita.
Sul prato, un susino allargava rami carichi di frutta.
Adoravo quell’albero., Mi alzavo sulle punte dei piedi per arrivare ai rami più bassi, ne coglievo i frutti che mordevo di nascosto, il succo tingeva le mani, colava lungo le braccia, macchiava la maglietta e le macchie di frutta sono difficili da togliere, impossibili, diceva la mamma brontolando ed era quello il proibito, sporcarsi, macchiare le maglietta bianca.
Venivano contadini a portare cesti di mirtilli e lamponi raccolti nei boschi, la mamma li faceva entrare e offriva caffè e biscotti: sedevano con noi a far chiacchiere di paese.
Al di là del cancello si apriva la strada bianca, non ancora asfaltata, sulla quale rare macchine sollevavano nuvole di polvere.
La percorrevamo a piedi per raggiungere viottoli che portavano a radure ombrose, tornavamo a sera con le mani rosse dal sugo delle more, raccolte sul sentiero.
Per altri sentieri, percorsi nel caldo di pomeriggi assolati, si arrivava, talvolta, alla baita di Edoardo e Lorella. Vecchia struttura appoggiata su un prato a precipizio, desco imbandito per decine di mucche che vi ruminavano in silenzio.
La mamma entrava con i miei fratelli nella grande cucina, alla ricerca di ricotta e formaggi freschi, accolta dall’allegria rumorosa della donna e ne usciva qualche tempo dopo piena di sacchetti.
Si guardava intorno, mi chiamava. Sdraiata tra l’erba, facevo finta di non sentire, mi davo una spinta e rotolavo giù per il prato e non c’era niente di più esaltante che rotolare tra l’erba e poi rialzarsi e cogliere fiori e infilarsi tra le spighe del grano, i fiordalisi ed i papaveri, sino al grande fico nodoso dai rami già carichi.
Adoravo quei fiori, infiorescenze bianche, margherite gialle, e l’odore della terra, profumi di erbe selvatiche.
Mi è rimasto l’amore per la montagna, d’estate, con i suoi colori, il giallo del grano, il rosa dei fiori del cardo, il verde dell’erba, il bianco dell’achillea e la voglia di rotolare giù per un prato in discesa.

COME NASCE UN RACCONTO
Nasce un racconto. Da una frase che a un tratto ti guizza nella mente,davanti a una pagina non scritta, a un foglio da riempire di parole. “ le foglie in autunno cadono sul viale”, una frase banale pensi e la rifiuti e lei torna a girarti nella mente e ti adesca con visioni di viali alberati alle soglie dell’autunno. Finché cedi.
Perché ora, tra te e il foglio c’è una strada, umida di pioggia, alla periferia di una città che forse non esiste.
Ai lati, sui marciapiedi, gli alberi si susseguono vicini, a intervalli regolari, panchine scrostate, bisognose di urgente intervento di restauro, a terra, il giallo e il ruggine delle foglie formano un’alternanza di colori degna della tavolozza di un grande pittore.
E c’è un uomo.
Non lo conosci, non l’hai mai visto, ma sai come si chiama. Hai un nome per lui: Manuele. Cammina con passo incerto, piedi infilate in grosse scarpe sbrecciate, un giornale sotto il braccio, barba e capelli chiari sotto un basco nero, informe, il riflesso nell’ultimo raggio di sole, del vetro di una bottiglia che sporge da una tasca.
Si siede. Fruga fra le pieghe di una vecchia borsa di stoffa, ne trae una sigaretta, l’accende, una mano a coppa, per ripararla da un vento che non c’è.
Manuele si siede. i gomiti sulle ginocchia, la testa fra le mani, rimane immobile per un tempo indefinito,. Non bada alle foglie che tingono la panchina di rosso, di giallo, marrone.
Tu fermi,. le mani sulla tastiera e pensi. Non sai nulla di lui, nel suo passato, la tua mente gli offre una famiglia, una casa accogliente, dei figli, rumore di sedie, di piatti sul tavolo, voci femminili e risate di bambini.
Manuele getta la sigaretta, guarda nel vuoto, si rivede nella sua casa, al caldo, tra i suoi affetti e gli sembra che tutto questo appartenga a un’altra vita. E a come tutto questo sia finito, per colpa del lavoro perso di debiti di gioco, degli usurai e della donna che ha amato , che ama ancora, ma che non l’ha più voluto.
Infila una mano in tasca, ne estrae la bottiglia, beve con ingordigia gli ultimi sorsi rimasti, poi la appoggia a terra, con attenzione esagerata. Si alza a fatica e a fatica si allontana.
Il crepuscolo invade il viale con le sue ombre, rende uniforme il colore degli alberi, delle panchine, delle foglie. Unica macchia chiara, il vetro della bottiglia vuota, appoggiata alla spalliera della panchina
“ le foglie in autunno cadono sul viale” era solo una frase, e non ti piaceva neanche. E ora è una storia, e non ti sembra più tanto banale

GIULIANO E BASTA
Chiudeva gli occhi, nonna Elsa, e raccontava. Le piaceva raccontare. E i suoi racconti Sapevano di acqua di fiume e di alghe di lago, di boschi e di alberi stregati che affondavano le radici nel fango scuro della riva.
Nella casa di assi in fondo al cammino non arrivava la luce, oggi come allora. Le ombre della sera segnavano la fine del lavoro nei campi, l’inizio di una cena frugale cucinata e consumata alla luce di un lume a petrolio.
Mangiavamo in fretta, noi bambini, lo sguardo rivolto verso la nonna pronti a cogliere un cenno d’assenso, un sorriso represso, che voleva dire che sì, quella sera ci sarebbe stata una storia , che potevamo stare alzati a ascoltarla.
Ci accoccolavamo a terra allora, davanti a lei, seduta sulla sua poltrona preferita, un lavoro a maglia mai concluso appoggiato sulle ginocchia.
A quell’epoca Roemi, la più grande fra noi, forte dei suoi quattordici anni, aiutava la mamma a sparecchiare la tavole e la seguiva in cucina.. Si sentiva il suono delle stoviglie smosse e di un loro chiacchiericcio a volte concitato, a volte interrotto da qualche risatina sommessa.
Eravamo rimasti in quattro a pendere dalle labbra di nonna Elsa, a vivere della magia che scaturiva dai suoi racconti, mai gli stessi, sempre inventati.
Fu in una di quelle sere in cui la nebbia rendeva confusi gli alberi e le case oltre i vetri, fu in una di queste sera, che nonna ci propose il gioco.
“Stasera facciamo un gioco” disse e a noi che ci guardavamo confusi, senza osare replicare, a noi che non avevamo giochi con cui giocare, sorrise e chiese di dire le prime parole che ci venivano in mente.
“ Tavola” trillò Simona che aveva poca fantasia e aveva bisogno di certezze.
“ Augurio” saltò su Vera che il giorno dopo avrebbe compiuto dodici anni.
“ Coraggio” mormorò con voce roca Anita che aveva paura di tutto.
“ E tu, Adriano?”
“ Vita” dissi io, e pensavo ai miei incubi notturni in cui si aggiravano scheletri e misteri.
“ Tavola, augurio, coraggio, vita” riassunse nonna Elsa.” bene. ora costruiamo un racconto, tutti insieme. con queste parole. Parliamo di un angelo, di quelli che Il Signore manda sulla terra a aiutare l’anima di chi muore, a salire verso il cielo…. “
“ il cuore degli uomini è il rifugio della speranza” sentenziò il nonno e si alzò .” speranza di non morire, di continuare a vivere in qualche altro modo, in qualche altra forma. io me ne vado a leggere il mio giornale. voi pensate pure alla vostra storia”
“ buonanotte, Fulgenzio” salutò nonna Elsa.
“ buonanotte, nonno” facemmo eco noi.
“ comincio io che sono la più grande. “ disse Vera. “ c’era un uomo, una volta, che veniva spesso a pescare e pescare gli piaceva a tal punto che aveva acquistato una piccola baita abbandonata, sulle riva destra del nostro lago. La baita era vecchia,in qualche punto scrostata, in qualche altro, bisognosa di restauro, ma a lui piaceva. Gli piaceva il piccolo portico e il rampicante che vi si era insinuato e si arrampicava libero intorno alla sua porta. Quell’uomo si chiamava Giuliano e non aveva un cognome. O almeno nessuno sapeva quale fosse. Mi chiamo Giuliano, diceva, Giuliano e basta.
“Si’” interruppe Simona. “ e le parole? non hai detto nessuna delle parole.”
“ continuo io, dissi, per evitare un litigio che sembrava prossimo a scatenarsi.
“ Veniva spesso qui, Giuliano. Lo si vedeva, sin dalle prime luci dell’alba, entrare nell’acqua, gettare la lenza , restare immobile per ore, figura che a volte appariva e spariva nella nebbia del mattino. Aspettava. Carpe, lucci,anguille e uno o due volte qualche grosso luccio…volte alborelle,……………..
Il primo pomeriggio lo vedeva risalire la riva col suo passo metodico, pesante.
Non entrava neanche in casa. Sedeva subito su una rozza panca appoggiata alla parete, , volgeva lo sguardo a cercare brandelli di cielo fra le foglie di una vecchia acacia, rovesciava il pesce davanti a sé, su una tavola di legno consunto che gli serviva da desco, da sala di lettura, da scrittoio, da appoggio momentaneo per piccoli cesti.
Puliva il pesce pescato, Giuliano e lo imbustava e lo poneva con attenzione in piccoli cesti e vi aggiungeva due o tre mele, delle pere, qualche susina se era la stagione giusta.”
“ che andava a cogliere nel suo piccolo frutteto dietro casa.” Vera approfittò di una breve pausa nel racconto per proseguire. “ I inseriva in ogni cesto una breve frase di augurio.Vedrai che guarirai presto, Velia.,oppure Il tuo bambino sarà splendido, Beniamina, o ancora: questo è per te,Egidio,
e per te, Erica, i vostri guai stanno per finire.”
Portava i piccoli cesti sulla soglia delle case e si allontanava, piano, senza far rumore, perché nessuno si accorgesse di lui, uscisse sulla porta e lo ringraziasse.
Scriveva poesie, Giuliano, brevi, intense. Le appendeva con fili sottili ai rami dell’edera che cresceva in un vaso, sotto ilalbero davanti alla sua porta. Dondolavano nel vento,
Tocca a te, Simona. Continua tu”
“ la parola? ah. coraggio. Tornava una sera da una di queste sue passeggiate. era una sera piena di nebbia. non si vedeva quasi nulla. Giuliano faceva fatica a individuare sentieri che pure conosceva bene. Ma il grido lo sentì. E forte. Era il grido di un bambino e era una richiesta d’aiuto e veniva dalle acque fredde del lago. Giuliano sentì i battiti del cuore accelerare. Il rumore dei suoi passi che correvano sulla ghiaia gli rimbombavano nelle orecchie. Quei pochi metri gli erano sembrati una distanza infinita, i pochi minuti trascorsi, un tempo interminabile. In poche bracciate aveva raggiunto il ragazzo, appena prima del punto in cui la corrente l’avrebbe portato via, lo aveva afferrato e sospinto sin sulla riva, oltre il canneto, sui primi ciottoli della spiaggia, lo aveva preso tra le braccia e riportato a casa, lo aveva affidato alle cure della madre, del medico di turno, aveva resistito alle preghiere della donna di entrare, qualcosa di caldo,Giuliano, si segga un momento con noi. Aveva imboccato la strada per il casolare. Lo avevano trovato la mattina dopo. Sembrava dormisse e era morto. Sul tavolo, trattenuto da un sasso colorato, un foglietto. Poche righe che erano la sua ultima poesia.
“ rami d’inverno
ossute mani rivolte verso il cielo,
in una muta preghiera di vita”
“ Concludo io” decise la nonna e chiuse gli occhi. Vi ricordate? la mia parola è angelo. E un angelo era davvero quest’uomo buono. Lo era stao in vita e lo divenne dopo la morte.
E’ lui che aiuta le anime di chi muore intorno a questo lago a salire verso il cielo.
C’è chi dice che nelle sere di nebbia o alle prime luci dell’alba , lo si vede ancora, gli stivali nell’acqua, la canna in mano, gettare la lenza nelle acque ferme del lago.
LA BICICLETTA DI BARBARA
Suo padre lo diceva spesso, che gliela avrebbero portata via, quella bicicletta, se non si comprava una catena, di quelle belle, pesanti, con un lucchetto robusto. E non l’avrebbe più ritrovata. Non bella, e neanche troppo nuova, ma in quel quartiere, il furto sembrava cosa logica nella mente dei residenti, non cose gravi, piccoli furti, piccoli gesti di teppismo, bravate di cui vantarsi. Tanto che le cose rubate finivano per venir dimenticate da qualche parte, inutili, chè nessun ricettatore le avrebbe mai prese in considerazione. E UNa catena, Barbara se la era comprata, di plastica celeste, con un lucchetto color oro, pesante, ma non lo aveva mai usato. L’aveva chiuso in un cassetto e poi se lo era dimenticato, ci aveva messo intorno il suo disordine e non sapeva più dov’era, adesso che doveva uscire,e aveva fretta perché Claudio fra poco avrebbe aperto quel suo negozietto di cose usate e lei vi si immaginava già dentro, sola, con lui, tra le sue braccia..
La notte non aveva dormito. Si era girata e rigirata nel letto, si era alzata, era andata a bere senza avere sete, si era riempita una ciotola di biscotti senza avere fame e poi se li era finiti tutti a morsi, seduta sul letto, e era andata in bagno senta sentirne il bisogno. Si era addormentata che già era l’ora di alzarsi, vestirsi, andare a scuola, aveva bevuto un sorso di succo di mela con la testa altrove, senza far caso al brontolio della mamma per quel suo letto pieno di briciole.
Aveva caricato lo zaino sulla bici e era corsa via. La scuola l’avrebbe aspettAta, quella mattina, inutilmente. Si sarebbero succedute le ore e i professori, religione, chimica, francese e lei sarebbe stata da un’altra parte. Avrebbe dovuto riparare un’interrogazione di storia dell’art, pazienza e pazienza anche per quel compito di inglese per cui aveva studiato tanto. ma forse era meglio così, si consolò, la grammatica inglese non era mai stata il suo forte.
Lei avrebbe visto Claudio. Che non se l’aspettava e avrebbe mostrato la sua sorpresa e le avrebbe sorriso e presa per mano.
Barbara volava sulla sua bicicletta, martoriava le note di una canzone , ne reinventava le parole, le adattava al momento che viveva, alle sue attese.
Si accorse di aver sbagliato strada solo quando fu in prossimità del quartiere.
Si trovava dalla parte opposta del fiume. Ora era costretta a un lungo giro oppure a lasciare la bicicletta e percorrere il ponticello coperto che l’avrebbe portata sull’altra riva.
Scelse la seconda soluzione.
“ Ne troverai due” la frase del padre risuonò dentro di lei
“ Non questa volta, Non oggi. Oggi non può accadere. E’ una giornata ok. Andrà tutto bene, vedrai.” le rispose.
Le case oltre la riva cominciavano a animarsi. Qualche studente con la cartella sulle spalle, una mamma con un bimbo per mano, diretta all’asilo più vicino. La serranda di un bar che si alzava lentamente. Barbara appoggiò la bicicletta all’entrata del ponte, salì i pochi gradini e lo attraversò. .. Il portoncino del negozio di Claudio era chiuso, Guardò l’orologio, le otto e mezzo.. Era presto Prima delle nove non avrebbe aperto. Contò i passi sino al ponte, venti passi, li rifece,avanti e indietro, tre, quattro, cinque volte. le nove meno venti. Il tempo non passava mai. il traffico si infittiva. Contò le macchine blu, e poi quelle rosse, si impose di contare cinquanta macchine macchine prima di guardare un’altra volta l’orologio. La 9 meno cinque. Barbara decise di attraversare il ponte. Claudio avrebbe aperto il negozio e lei sarebbe già stata lì. Gli avrebbe fatto una sorpresa. Lui ne avrebbe riso e avrebbe portata all’interno, le avrebbe mostrato ……
Le nove e cinque.
Claudio era in ritardo. Forse era all’interno, dietro a quel portoncino in falso stile inglese e stava ultimando i preparativi prima dell’apertura.
Le nove e dieci. Barbara riprese a camminare avanti e indietro, impaziente, a contare le macchine rosse, a vedere quante persone uscivano dai palazzi intorno per andare a comprare il pane o…
Le nove e venti.
Gli altri negozi erano già tutti aperti.. Provò a battere sulla serranda chiusa. nessuno le rispose. Claudio non c’era, non c’era nessuno.
le nove e mezza.
Barbara ripercorse a passo lento il piccolo ponte di legno. Qualcosa non aveva funzionato e non sapere cosa né perché. E il cuore aveva smesso di cantare, e la bicicletta non c’era più, e non era più una giornata ok..
Le sarebbe toccato tornare a casa a piedi e dire al padre che aveva ragione, che avrebbe dovuto usare quella benedetta catena celeste. Percorse qualche metro e si fermò, stupita. Perché ORA sul lungo fiume, di biciclette ce ne’erano davvero due, e poco lontano la voce di Claudio diceva; “ vedi, là, dall’altra parte del fiume, quel portoncino scuro? Domani inauguro il mio negozio. “ e una voce femminile che era quella di Denise, la sua compagna di banco rispondeva “oh Claudio che bello, sono così felice per te e…”
“ Domani sarai qui, vero, verrai a aiutarmi. Ti farò fare gli onori di casa. Sarà divertente, vedrai”
Successero due cose, e nello stesso momento. Cominciò a piovere, una pioggia improvvisa, scrosci pesanti si abbattevano sulle persone e sulle cose, sull’acqua del fiume, e il cuore di Barbara smarrì un colpo e poi si mise a battere all’impazzata, mentre lei cercava di ripararsi con il cappuccio della felpa, mentre correva a perdifiato verso casa, e il cuore accelerava i suoi battiti e lei non smetteva di correre e di pensare a quanto tempo aveva perso dietro a Claudio, ,e a quanto odiava Denise e a quanto avrebbe brontolato suo padre per la bicicletta scomparsa e a quanto avrebbe gridato sua madre quando avrebbe saputo ….
Si fermò trafelata sul portone della scuola. guardò l’orologio. Le dieci. Era ancora in tempo per il compito di inglese. in fondo aveva studiato. Valeva la pena di entrare.
Peggio per Denise. lei non sarebbe riuscita a riparare prima della fine del quadrimestre
